editoriale

Se manca la “Politica del Bene Comune”…

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Oggi la politica sembra essersi ridotta a un esercizio di manutenzione del consenso immediato, a tutti i livelli. Tra la polarizzazione urlata sui social media, la frammentazione degli interessi corporativi e la tentazione di una tecnocrazia autoreferenziale, il dibattito pubblico ha smarrito la sua bussola fondamentale: il bene comune.
Governare la cosa pubblica viene spesso confuso con l’arte di mediare tra fazioni contrapposte o, peggio, con la gestione cinica dei flussi di opinione.
Se la politica abdica alla ricerca del bene comune, si trasforma in una mera tecnica di potere priva di visione, incapace di rispondere alle grandi sfide strutturali del nostro tempo. Le contestazione e la mobilitazione civica che si stanno registrando oggi nel paese ne sono una prova e la domanda che da esse promana è proprio un’invocazione di coltivare il bene comune.
Per rilanciare questo principio occorre anzitutto liberarlo da equivoci retorici: il bene comune non è la semplice somma degli interessi individuali, né coincide con il volere della maggioranza del momento a discapito delle minoranze. Il bene comune è l’insieme di quelle condizioni sociali, economiche, culturali e ambientali che permettono a ogni persona e a tutte le persone di raggiungere il proprio pieno sviluppo. È il terreno fertile in cui fioriscono la giustizia, la coesione sociale e la libertà effettiva.
Se il benessere di pochi cresce sulla rovina o sull’esclusione di molti, non siamo di fronte al progresso, ma a una redistribuzione iniqua del fallimento sociale. Il bene comune per definizione è generativo: guarda al futuro, tutela le generazioni non ancora nate e si prende cura dei beni fragili: dall’ambiente al patrimonio culturale, dalla sanità pubblica all’istruzione. Praticamente tutto quello che le politiche di governo stanno sacrificando e di fatto compromettendo per il presente e ancor più per il futuro.

A livello globale e nazionale le grandi crisi del nostro secolo — dalla transizione climatica alle disuguaglianze economiche, dalle migrazioni alla sicurezza digitale — dimostrano l’insufficienza di una politica basata sull’egoismo nazionale o sulla competizione esasperata. Si assiste a una “tragedia dei beni comuni globali“, dove nessuno vuole farsi carico dei costi del cambiamento, scaricandone i pesi sul domani.
A livello locale e amministrativo: anche nei territori, nei comuni e nelle regioni, la politica rischia di cedere alla logica del “notarilismo” o del consenso clientelare. Il territorio non viene più vissuto come una comunità di destino da custodire e valorizzare, ma come una risorsa da sfruttare nel breve periodo o uno spazio frammentato in recinti ideologici.
Riscoprire il bene comune non significa invocare un improbabile ritorno a nostalgie paternalistiche, ma richiede un radicale cambio di paradigma culturale e politico. La democrazia ha bisogno di luoghi di sintesi e di istituzioni forti che sappiano ricomporre i particolarismi in un disegno unitario di giustizia sociale. Il bene comune non si cala dall’alto per decreto, si costruisce attraverso la corresponsabilità dei cittadini, valorizzando il terzo settore, i corpi intermedi e le energie vive della società civile. La vera politica si misura sulla capacità di compiere scelte impopolari oggi per garantire la sostenibilità di domani. In un momento storico in cui la disaffezione al voto e la sfiducia nelle istituzioni toccano i livelli di guardia, la risposta non può essere il disimpegno o l’antipolitica populista. La risposta è la riabilitazione etica della politica intesa come servizio alla comunità.
Se la cosa pubblica torna a essere governata avendo come stella polare la dignità di ogni persona e la fioritura dell’intera collettività, allora la politica ritrova la sua ragion d’essere più nobile: non l’arte di conservare il potere, ma la costruzione quotidiana di un futuro che sia davvero di tutti. (1-continua)

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