L’importanza di una “filiera rurale” in Penisola Sorrentina
di Vincenzo Califano
Il prestigioso riconoscimento della “Goccia d’Oro” assegnato a Vincenzo Esposito per il suo miele prodotto nella Pineta Le Tore non è soltanto un motivo di orgoglio contadino: è un campanello d’allarme, un’osservazione critica e salutare scaraventata al centro del dibattito pubblico sulle politiche da perseguire nel territorio peninsulare.
In una competizione nazionale che ha visto confrontarsi ben 616 aziende e 1.772 campioni sottoposti al vaglio di 160 assaggiatori esperti, una piccola realtà della Penisola Sorrentina ha dimostrato che la qualità eccelsa non è un ricordo del passato, ma un fatto presente. Tuttavia, di fronte a questo successo, s’impone una domanda non più differibile: fino a quando la nostra agricoltura potrà sopravvivere affidandosi esclusivamente all’eroismo dei singoli?
La Penisola Sorrentina vive da decenni una palese contraddizione: da un lato celebriamo la “terra delle sirene” nei depliant turistici, evocando limoneti e terrazzamenti a picco sul mare, dall’altro assistiamo a una costante ed erosiva monocultura dell’accoglienza, dove ogni metro quadrato viene progressivamente convertito al servizio del flusso turistico immediato.
Mentre l’economia ricettiva macina numeri imponenti, l’agricoltura viene spesso relegata a mera scenografia passiva: un “fondale verde” utile per scattare una fotografia, ma lasciato solo ad affrontare i costi vertiginosi della gestione del territorio, l’aumento dei costi delle materie prime e le insidie del dissesto idrogeologico e degli eventi distruttivi di ampie aree di verde sulle nostre colline.
Il miele delle Tore ci ricorda che la terra sorrentina non è un semplice “soprammobile paesaggistico“. È un ecosistema produttivo vivo. Se le api della Pineta Le Tore producono un miele premiato a livello nazionale, significa che la biodiversità dei nostri valloni e dei nostri boschi ha ancora una forza e una salute straordinarie. Ma gli ecosistemi non sono eterni: senza contadini, apicoltori e olivicoltori, il territorio crolla. Letteralmente e metaforicamente.
Chi mantiene in vita un agrumeto tradizionale, un alveare sulle colline o un muro a secco a Massa Lubrense o Piano di Sorrento non sta solo facendo impresa privata: sta proteggendo il versante da frane e smottamenti. I Comuni della Penisola dovrebbero strutturare forme dirette di defiscalizzazione o incentivi per chi coltiva e mantiene vivi i fondi storici.
Ne parlò negli anni ’90 Giuseppe Galasso, all’epoca sottosegretario ai BB.CC. e autore della legge-Galasso, nel corso di un memorabile convegno a Massa Lubrense proponendo addirittura che si sostenessero, con fondi regionali destinati all’agricoltura, i produttori agricoli del territorio attribuendogli un vero e proprio “stipendio” per il valore della loro azione di presidio e difesa del territorio e delle sue produzioni d’eccellenza.
Un altro aspetto riguarda il consumo di questi prodotti: non è più ammissibile che le colazioni e i ristoranti di strutture ricettive d’eccellenza offrano mieli o conserve industriali provenienti da migliaia di chilometri di distanza. Con un “Patto per la Filiera Peninsulare” si imporrebbe la presenza sistematica dei prodotti locali nelle carte e nei buffet, garantendo un mercato interno stabile e un reddito dignitoso ai piccoli produttori. Analogo discorso vale per il nostro Olio Dop.
I piccoli produttori non possono affrontare da soli i costi della promozione, della burocrazia e delle certificazioni. Unire le forze in un distretto rurale unitario permetterebbe di fare massa critica, di comunicare con efficacia la qualità dei prodotti (spiegando al consumatore il valore reale di una produzione monitorata da analisi di laboratorio e giurie d’esperti) e attrarre finanziamenti europei dedicati.
Sul piano dell’offerta turistica portare i visitatori verso le aree interne — come la Pineta Le Tore, i Colli di Fontanelle o i percorsi rurali collinari — rappresenta la vera risposta al sovraffollamento delle fasce costiere. Il turismo enogastronomico non è “mangiare tipico“, ma comprendere la cultura e la fatica che generano quel piatto o quel miele.
Quindi l’affermazione di Vincenzo Esposito con il premio “Goccia d’Oro” non deve rimanere una bella notizia, ma diventare l’innesco di una riflessione politica ed economica globale sulla Penisola Sorrentina.
Preservare l’agricoltura non significa cedere a una sterile nostalgia del passato, ma scegliere l’unico modello di sviluppo capace di garantire un futuro sostenibile, duraturo e autentico. Se il turismo rischia di consumare il territorio, è l’agricoltura di qualità l’unica forza in grado di rigenerarlo.