Provincia di Napoli

Il vicolo cieco di Stabia: la democrazia sospesa tra declino industriale e “civismo” criminogeno

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Il tempo di durata in carica delle Amministrazioni comunali stabiesi è di due anni dopodiché l’epilogo è quello dello scioglimento per infiltrazioni camorristiche. Era successo nel 2022 con l’amministrazione di centro-destra di Gaetano Cimmino, si è ripetuto nel 2026 con l’amministrazione di centro-sinistra di Luigi Vicinanza. Una situazione, quella stabiese, che non si può ridurre solo a un caso di cronaca locale perché è lo specchio di una “patologia democratica” complessa nella quale il “civismo” si trasforma in un cavallo di Troia per i clan e l’economia depressa fa da formidabile collante per il potere criminale.

Luigi Vicinanza

Per quanto riguarda il caso dell’amministrazione-Cimmino va sottolineato che quello scioglimento è stato poi fortemente ridimensionato e contestato sul piano amministrativo (con sentenze del Consiglio di Stato che ne hanno evidenziato la debolezza motivazionale iniziale), ma l’impatto politico rimase devastante. L’elezione del sindaco Luigi Vicinanza (giornalista di lungo corso, indipendente sostenuto dal centrosinistra e da una larghissima coalizione di ben 10 liste civiche) era stata presentata come la “primavera della legalità“. A soli due anni dall’insediamento ancora una volta arriva la scure del Viminale.
Vicinanza difende la sua condotta attaccando duramente la segreteria nazionale del PD e parlando di “attacchi personali“, mentre figure come Sandro Ruotolo (che si era dimesso preventivamente dai tavoli politici locali a inizio anno) denunciano il fallimento della selezione della classe dirigente.

L’interrogativo che dobbiamo porci è perché la camorra non molla la presa sulle istituzioni? Castellammare di Stabia è una città ferita da decenni di deindustrializzazione. La crisi irreversibile dei cantieri navali (un tempo cuore pulsante della classe operaia meridionale), il fallimento e l’abbandono delle storiche Terme di Stabia hanno lasciato un vuoto economico immenso. In una città con tassi di disoccupazione giovanile altissimi, la camorra (storicamente egemonizzata dal clan D’Alessandro e dal clan Cesarano) non si muove solo con le armi, ma agisce come un vero e proprio “datore di lavoro” e ammortizzatore sociale alternativo. Il controllo degli appalti pubblici, della sanità privata, del racket commerciale e delle enormi speculazioni edilizie sulla costa (l’area di Pozzano e il lungomare) rappresentano un bottino troppo ghiotto per essere lasciato alla normale dialettica democratica. Ecco perché la camorra a Castellammare non è un corpo estraneo che penetra nelle istituzioni: è una forza endogena che sfrutta il contesto socio-economico degradato per farsi Stato.

L’avvento di Vicinanza alla guida della municipalità era apparso come un’opportunità di riscatto e invece, dopo due anni, Palazzo Farnese è tornato nelle mani dei commissari. Castellammare di Stabia è avvolta in una profonda solitudine ogni volta che lo Stato decide di spegnere la luce della sua democrazia elettiva per consegnarla alle mani dei commissari prefettizi. Questo scioglimento non è una doccia fredda, ma la conferma di una febbre cronica che nessun medico della politica ha finora saputo, o voluto, curare.

Il grido di dolore dell’ormai ex sindaco contro le “correnti settarie” del suo stesso schieramento non può nascondere una verità più dura: a Castellammare le elezioni si vincono ancora imbarcando coalizioni mastodontiche, costellate da quel civismo liquido in cui le barriere di sicurezza contro i clan si fanno labili, quasi trasparenti. Quando la politica abdica al proprio ruolo di filtro e selezione, quando per vincere una manciata di voti si accetta la frammentazione in decine di sigle nate dal nulla, si spalancano le porte a chi quei voti li controlla scientificamente. Non si può fare un’analisi onesta senza guardare alle macerie industriali di questa città. Castellammare è un gigante ferito: ha i cantieri navali più antichi d’Italia messi all’angolo, le terme storiche vandalizzate e chiuse, un tasso di disoccupazione che grida vendetta. La camorra qui non è un problema di ordine pubblico: è una holding finanziaria che risponde alle domande di sussistenza a cui lo Stato non dà seguito. Finché la legalità sarà declinata solo come presenza di forze dell’ordine e non come investimenti, lavoro stabile e bonifica sociale, Castellammare rimarrà intrappolata in questo eterno giorno della marmotta: elezioni, infiltrazioni, scioglimento, commissariamento. Un circolo vizioso che non punisce i clan, ma condanna a morte il futuro dei cittadini onesti.

Nelle relazioni della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e nelle relazioni prefettizie che hanno accompagnato i decreti di scioglimento di Castellammare di Stabia, emerge chiaramente come il legame tra liste civiche di comodo, voto di scambio e appalti pubblici costituisca il vero motore del potere criminale sul territorio. Negli ultimi quindici anni, i clan storici di Castellammare (in particolare i D’Alessandro del rione Scanzano e i Cesarano di Ponte Persica) hanno affinato la loro strategia di infiltrazione democratica. Hanno capito che i partiti storici portano con sé riflettori mediatici, controlli centralizzati e rigidi codici etici d’immagine. Le liste civiche locali, al contrario, sono contenitori fluidi, spesso privi di una reale identità politica, creati ad hoc per le elezioni comunali. Spesso non vengono candidati esponenti organici della camorra, ma figure insospettabili, parenti o professionisti legati da vincoli di comparaggio, debito o dipendenza economica ai clan. Presentarsi con coalizioni enormi (composte anche da 8 o 10 liste civiche) permette di polverizzare il consenso. In questo modo, bastano poche centinaia di voti concentrati in determinati quartieri (come Scanzano, Moscarella o il rione Savorito) per determinare l’elezione di un consigliere comunale, blindando il “pacchetto di voti” controllato militarmente dalla camorra.

Le relazioni d’accesso dei commissari prefettizi evidenziano un modus operandi collaudato per drenare risorse pubbliche senza destare sospetti immediati. Per evitare le gare d’appalto europee o i controlli rigidi della Prefettura (interdittive antimafia), le amministrazioni infiltrate utilizzano spesso lo strumento del frazionamento dei lotti o delle somme urgenze (lavori giustificati da improvvise necessità di sicurezza o manutenzione straordinaria). Questo permette l’affidamento diretto sotto soglia a cooperative o ditte individuali compiacenti. Anche quando l’appalto principale viene vinto da una grande impresa nazionale e pulita, i clan impongono la propria egemonia “a valle” attraverso:  fornitura di materiali, l’obbligo di acquistare calcestruzzo, ferro o noli a freddo da aziende controllate dai clan. L’imposizione di servizi di vigilanza privata nei cantieri per evitare “incidenti” o furti (la classica estorsione mascherata da servizio). C’è poi il discorso della manodopera locale con l’imposizione delle assunzioni di operai segnalati dai clan e che funge da ulteriore ammortizzatore sociale e controllo del territorio. Nel corso degli anni le indagini hanno dimostrato che l’interesse della camorra stabiese si concentra su settori ad altissima densità di denaro pubblico e privato:

Le liste civiche a Castellammare non sono laboratori di idee, ma vasi comunicanti. Al loro interno si mescolano le speranze di giovani professionisti in cerca di spazio e il pacchetto di voti blindato dei rioni caldi. Una volta chiuse le urne, il conto da pagare per chi ha accettato quei voti non si salda in dynamic politico, ma in determine dirigenziali, varianti al piano regolatore e appalti di manutenzione stradale spacchettati per evitare i controlli della Prefettura.

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