Basta equivoci e indugi: PD e M5S scelgano la strada e la politica più utile per l’Italia
A “8 e Mezzo” della Gruber il giornalista Rocco Casalino ha centrato il problema delle difficoltà del campo largo a comunicare validamente con gli italiani: mancando un leader riconosciuto che parli a nome di tutti i partner politici ed esponga idee e programmi, la platea elettorale di riferimento resta divisa tra i sostenitori delle diverse componenti che così continuano a parlare ciascuno al proprio elettorato regalando un vantaggio competitivo enorme a Giorgia Meloni che, nonostante i problemi interni alla sua coalizione, ha l’autorevolezza di parlare a nome di tutti oltre a quella, importantissima, di presidente del consiglio. Se non cambia al più presto lo spartito, per il campo largo non ci sono chance di successo elettorale nonostante le forti criticità del momento sul piano sociale ed economico, nazionale e internazionale e nonostante la Meloni non abbia realizzato praticamente nulla del programma che aveva presentato agli elettori. L’opposizione è lacerata dalla scelta del candidato premier (previsto dalla riforma elettorale approvata dalla destra anche se l’indicazione non è vincolante per il presidente della repubblica) tra Elly Schlein (PD) e Giuseppe Conte (M5S). Stando ai sondaggi è Conte il leader che otterrebbe maggior consensi nelle primarie e questa eventualità turba profondamente l’area destrorsa del PD, non solo, ma più in generale il partito che neanche nasconde di non gradire pure la Schlein come candidata premier. Per questo si lavora, anzi si complotta, alla ricerca di una soluzione terza che avrebbe tanti, troppi limiti da superare per sperare di affermarsi nella scontro elettorale con la Giorgia che, oggettivamente, teme solo Conte e per questo alimenta la campagna denigratoria nei confronti del leader dei 5Stelle. Il destino politico della Schlein è però già segnato. Innanzitutto ha una debolezza politica fondamentale dovuta a due ragioni: ha una componente del partito che la contrasta apertamente, mediaticamente e istituzionalmente, addirittura applaudendo in Parlamento la Meloni sulla linea guerrafondaia pro-Ucraina che è il vero elemento divisivo con Conte e col M5S. Proprio su questo tema di politica estera la Schlein non si discosta dalla linea di Meloni: guerra a oltranza, finanziamento e armi a Zelensky. Per questo è una candidata indigesta per gran parte del paese (che non vuole la guerra nè continuare a finanziare l’Ucraina) oltre che per il M5S che ha messo nero su bianco il No alla guerra e a Zelensky per destinare quelle risorse economiche agli italiani per welfare, scuola, lavoro, sanità etc… Diversamente di soldi non ce ne sono e questo significa che per l’Italia la prospettiva è quella di una crisi socio-economica letale. Se pure la Elly si aggiudicasse le primarie di coalizione del campo largo e poi perdesse le elezioni politiche, non ci sarebbero scusanti e dovrà sloggiare dalla guida del PD avendo fallito sul fronte più importante: quello del consenso a una persona e alla sua proposta politica per il governo del paese. Per Conte sarebbe la conferma di una scelta perdente in partenza e l’intero campo largo imploderebbe senza alcuna prospettiva di ritrovarsi dalla stessa. L’ipotesi che la Schlein vinca le elezioni politiche mantenendo il punto sulla politica estera pregiudica la convivenza con il M5Stelle, a meno che il Movimento non opti per il suicidio politico-elettorale. A questo punto la partita sta tutta nelle mani della segretaria PD che, a 41 anni, sarebbe destinata all’oblio politico! Tra due posizioni così alternative sulla guerra e sulla politica estera (ma le divisioni riguardano anche altri importanti temi) è difficile pensare a un compromesso credibile agli occhi degli elettori per cui Giuseppe Conte deve maturare una decisione assai complicata: abdicare al cospetto del PD e consegnarsi, vittima sacrificale, a tutti i suoi detrattori per conseguire una disfatta elettorale che lo metterà fuori da tutti i giochi e dalla stessa guida del Movimento. Per Conte e per il M5S ci sarebbe l’ipotesi di correre da soli facendo del no alla guerra e al finanziamento a Zelensky il cavallo di battaglia forte della campagna elettorale, anche se ciò significa consegnare il Paese a Meloni almeno per i prossimi dieci anni. L’opposizione intera ne uscirebbe massacrata e assisteremmo a una ricollocazione delle tante anime, soprattutto piddine, su altri fronti e per il PD avrà inizio la difficile stagione della rifondazione. A questo punto si tratta di scegliere il male minore per tutti gli attori, ma soprattutto per il Paese e questo male minore, a nostro modesto avviso, consiste nell’abiurare le politiche di guerra sotto tutti i punti di vista candidando l’Italia al ruolo di prima protagonosta della distensione politica internazionale e di costruzione della pace tra i popoli. Allora si che la destra di Meloni&Company e quella vannacciana si vedrebbero sfuggire il terreno da sotto i piedi e potrebbero tornare lì da dove son venuti…