Il caso Report e l’ordine dei giornalisti: professionisti, pubblicisti e…
La vicenda Report ha proposto una serie di temi che riguardano l’informazione e la professione giornalistica unitamente alla libertà di stampa e di opinione nel nostro paese. Analizziamo i diversi aspetti del problema a partire da un dato significativo, quello del World Press Freedom Index 2026 curato da Reporters Sans Frontières (RSF) che colloca l’Italia al 56° posto su 180 Paesi analizzati, posizionandosi nella fascia definita “problematica“. Si registra un progressivo arretramento del nostro Paese che ha perso 7 posizioni rispetto al 49° posto del 2025 e ben 15 rispetto al 2023. Le criticità strutturali e congiunturali individuate nel sistema dell’informazione italiano riguardano diversi indicatori: l’alto ricorso alle azioni legali a scopo intimidatorio contro giornalisti d’inchiesta e la presenza di vincoli normativi sulla cronaca giudiziaria (la cosiddetta norma bavaglio sulla presunzione d’innocenza e le intercettazioni) continuano a condizionare l’autonomia d’informazione. RSF segnala il persiste del peso delle ingerenze della politica sui media del servizio pubblico e la crescente pressione editoriale/proprietaria su diverse testate nazionali.
L’instabilità del mercato editoriale e l’elevato tasso di precarietà contrattuale (che colpisce specialmente i collaboratori esterni e i giornalisti freelance) riducono la tutela e la forza contrattuale dei reporter. Permane la piaga delle minacce dirette da parte della criminalità organizzata o di gruppi estremisti, con diverse decine di cronisti che vivono tuttora sotto scorta o protezione vigilata. Nel quadro dei Paesi dell’Unione Europea, l’Italia rimane posizionata nel gruppo di coda, distante dalle prime posizioni occupate tradizionalmente dai Paesi scandinavi (Norvegia al 1° posto, seguita da Danimarca e Svezia) e da economie paragonabili come la Germania o la Francia. Il rapporto sottolinea come le criticità non derivino tanto da forme di censura diretta, quanto da un combinato disposto di vulnerabilità economiche, contenziosi giudiziari intimidatori e condizionamenti strutturali sui media. Questo in sintesi il quadro della situazione redatto da RSF.

Soffermiamoci ora su un’altra questione rimbalzata sulle cronache e strumentalizzato ad uso e consumo dei detrattori di Report: la non iscrizione all’Albo dei Giornalisti di Giulia Innocenzi, una delle inviate di punta del programma entrata nella squadra di Ranucci nel 2022. Le sue inchieste hanno riguardato prevalentemente i temi della filiera agroalimentare, degli allevamenti intensivi, dell’impatto ambientale e dei diritti degli animali, legandoli alle dinamiche economiche e alle pressioni delle lobby della carne. Le principali inchieste realizzate per Report sono: “Food for Profit” (Maggio 2024), indubbiamente l’inchiesta a maggior impatto trasmessa in esclusiva televisiva su Report dopo essere nata come un documentario indipendente realizzato con il regista Pablo D’Ambrosi. L’inchiesta documenta il legame tra le sussidiabilità dell’Unione Europea, le lobby agroalimentari e le violazioni del benessere animale all’interno degli allevamenti intensivi in Europa. “Il peccato della carne” (Luglio 2023), un approfondimento focalizzato sulle alternative alla carne tradizionale e sulle politiche italiane ed europee in materia di transizione alimentare. L’inchiesta ha analizzato le ragioni dello scontro politico in Italia attorno alla cosiddetta “carne coltivata” (o cellulare) e le strategie di decarbonizzazione del settore zootecnico adottate da altri Paesi europei, come l’Olanda. Tra il 2022 e il 2024 ha firmato diversi reportage sul campo per documentare l’uso sproporzionato di antibiotici nei contesti zootecnici nazionali, il tema delle infezioni batteriche multi-resistenti (AMR) e la gestione della sicurezza igienico-sanitaria nella produzione industriale di carne suina e aviaria. Laureata alla Luiss in Scienze Politiche, il lavoro della Innocenzi può essere assimilato a quello dell’autrice di inchieste sul modello anglosassone dell’advocacy journalism (giornalismo d’impatto o di causa).
Il tema ci offre lo spunto per una puntualizzazione sullo status professionale dei giornalisti come disciplinato dall’Ordine dei Giornalisti e per sfatare luoghi comuni che attribuiscono un diverso valore ai professionisti e ai pubblicisti. La distinzione tra giornalista professionista e giornalista pubblicista nell’ordinamento italiano è regolata dalla Legge n. 69 del 3 febbraio 1963, che disciplina la professione giornalistica e l’organizzazione dell’Ordine dei Giornalisti. Le differenze sostanziali riguardano l’esclusività dell’attività professionale, il percorso di accesso, i requisiti di iscrizione e l’obbligatorietà del tesseramento per l’esercizio della professione.
L’uso del titolo di giornalista e l’esercizio della professione giornalistica redazionale sono subordinati all’iscrizione all’Albo (nell’elenco dei professionisti, dei pubblicisti o nel registro dei praticanti). Chi esercita la professione senza essere iscritto compie il reato di abusivo esercizio di una professione (Art. 348 del Codice Penale). La Corte Costituzionale (sentenza n. 11/1968) ha chiarito che l’esistenza dell’Ordine non viola la libertà di manifestazione del pensiero. Tutti i cittadini hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, scriverne opinioni e pubblicare contributi o saggi su quotidiani e riviste senza essere iscritti all’Albo. Dove scatta il confine? Un cittadino non iscritto può scrivere un articolo o un’analisi e vederla pubblicata, ma non può essere assunto con la qualifica di giornalista, non può svolgere la mansione di redattore ordinario in via continuativa e strutturata, né qualificarsi o firmarsi con il titolo di “giornalista“. Sul piano normativo la differenza consiste nella circostanza che il professionista vive di giornalismo e ha superato un esame di Stato, il pubblicista esercita l’attività in modo continuativo ma non esclusivo. Per lavorare stabilmente come redattore, sottoscrivere contratti di lavoro giornalistico (CNLG) o utilizzare la qualifica professionale occorre essere iscritti all’Albo. La semplice manifestazione del pensiero, la pubblicazione di opinioni o la collaborazione occasionale rimangono aperte a qualsiasi cittadino ai sensi dell’art. 21 della Costituzione.
In Italia la figura del pubblicista accoglie un profilo intellettuale e operativo peculiare: quello di professionisti di altissimo livello — accademici, scrittori, giuristi, scienziati, politici o analisti — che, pur non svolgendo il giornalismo in via esclusiva (mantenendo un’altra professione principale), lo hanno esercitato con un rigore, un’autorevolezza e un impatto culturale pari, se non superiore, a quello dei colleghi professionisti. L’ispirazione originaria dell’Elenco Pubblicisti nella Legge 69/1963 nasceva proprio per garantire che il dibattito pubblico e l’informazione potessero avvalersi del contributo diretto di grandi personalità della società civile.

A titolo di esempio ecco alcune grandi figure storiche e contemporanee iscritte all’Albo dei Pubblicisti: Pier Paolo Pasolini, una delle firme più incisive e dirompenti del Novecento italiano. I suoi celebri “Scritti corsari” e i suoi editoriali d’attacco sul Corriere della Sera rappresentano un vertice del giornalismo d’opinione, esercitato parallelamente alla sua attività principale di poeta, regista e scrittore; Umberto Eco, filosofo e docente universitario di fama mondiale, per decenni ha curato la rubrica “La bustina di Minerva” su L’Espresso, oltre a collaborare con i principali quotidiani italiani, segnando il giornalismo culturale e il dibattito d’opinione nazionale; Roberto Saviano, scrittore e saggista, ha costruito il suo percorso d’inchiesta sul campo. Autore di editoriali, inchieste e reportage d’impatto globale (su La Repubblica, Corriere della Sera, L’Espresso); Stefano Rodotà, giurista di fama internazionale, accademico e già Garante per la Privacy. È stato per decenni una delle firme editoriali più prestigiose de La Repubblica, portando l’analisi del diritto, della bioetica e dei diritti costituzionali nel dibattito giornalistico quotidiano; Giuliano Amato/Gustavo Zagrebelsky, esempi illustri di costituzionalisti ed ex giudici della Corte Costituzionale che, iscritti all’elenco pubblicisti, hanno svolto un’attività di commento e analisi politica/giuridica di altissimo profilo sulle terze pagine e nelle sezioni editoriali dei quotidiani italiani; Walter Veltroni, politico, scrittore e regista, ha affiancato alle sue funzioni pubbliche e politiche un’intensa e continuativa attività giornalistica (collaboratore storico del Corriere della Sera con interviste e reportage culturali); Piero Angela, il padre della divulgazione scientifica televisiva e della saggistica italiana. Benché la sua attività principale sia stata quella di conduttore, autore e saggista, ha svolto la professione d’informazione scientifica ai vertici assoluti per oltre mezzo secolo da iscritto all’Albo, come lui anche il figlio Alberto Angela è un pubblicista; Piero Ostellino, storico direttore del Corriere della Sera (dal 1984 al 1987). Il suo percorso rappresentò un caso emblematico: politologo ed editorialista di razza, divenne direttore e punto di riferimento del giornalismo liberale partendo dalla matrice pubblicistica e dal mondo dell’analisi politica; Massimo Cacciari, filosofo e accademico, figura centrale del dibattito pubblico e politico, editorialista costante per testate nazionali come La Stampa, Il Fatto Quotidiano e L’Espresso; Michele Serra, scrittore, autore e umorista, con la sua rubrica quotidiana “L’Amaca” su La Repubblica, ha fatto del giornalismo d’opinione e del corsivo una forma d’arte editoriale per decenni;

o storico e accademico Giuseppe Galasso (1929–2018) è stato un importante giornalista pubblicista, pur avendo come professione prevalente quella di docente universitario di Storia Moderna e studioso del Mezzogiorno, Galasso ha svolto un’intensa e continuativa attività pubblicistica d’alto profilo: è stato una firma autorevole di analisi storica e politica per testate di primo piano come Il Mattino, Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa e L’Espresso. Ha diretto testate e riviste culturali di rilievo, come “Prospettive Settanta” e la rivista di cultura politica “L’Acropoli“. Galasso ha rappresentato uno degli esempi più eminenti della figura del pubblicista nel modello italiano: l’intellettuale e lo specialista che porta nel dibattito pubblico e nella stampa quotidiana il rigore dell’analisi accademica e civile.
L’esperienza di queste grandi figure evidenzia un tratto distintivo della professione in Italia: il valore dell’informazione non è determinato dall’esclusività del contratto di lavoro, ma dalla qualità dell’analisi, dal rigore deontologico e dall’indipendenza di pensiero. L’elenco pubblicisti si è dimostrato un canale fondamentale per consentire ad altissime competenze specialistiche di trasfondersi direttamente nella stampa di massa, arricchendo l’analisi sociologica, politica e culturale del Paese.