Italia

L’esilio interiore di chi ama la Costituzione

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Il declino dei valori democratici e il cinismo delle classi dirigenti non generano solo sdegno, ma un’alienazione civile che alimenta il deserto delle urne. Quando le istituzioni perdono la loro caratura etica, la partecipazione e il dissenso rimangono l’ultima forma di fedeltà al Paese.

di Vincenzo Califano

Ho riflettuto a lungo prima di sviluppare questo ragionamento sulla quotidiana degenerazione del nostro sistema sociale, civile e culturale con pesantissime ripercussioni sul piano economico e, più in generale, sull’ìdentità globale del paese-italia, della sua storia antica, recente e attuale. Osservare consapevolmente il progressivo logoramento delle nostre istituzioni democratiche provoca un dolore silenzioso che non è la rabbia occasionale dovuta a un provvedimento sgradito nè il fisiologico risentimento legato all’alternanza politica. Si tratta di una ferita etica profonda, la sensazione di diventare, giorno dopo giorno, stranieri in casa propria. Si attenua fino a dissolversi quell‘amor di patria inteso come adesione intima a un destino comune e a un sistema di valori condivisi fino a morire soffocato dal degrado di chi quella patria avrebbe dovuto custodirla. Parliamo di un amor di patria repubblicano e costituzionale che non ha nulla a che vedere con il nazionalismo di maniera, il folclore dei confini o l’ostentazione dei simboli tanto cari a uno storytelling che diventa ogni giorno sempre più indigesto nel subdolo modo con cui viene propinato all’opinione pubblica dagli attori in campo e da un sistema mediatico a servizio del potere. La Patria coincide con il patto sociale: è la promessa scolpita nei principi fondamentali della Carta Costituzionale, un’architettura etica fondata sulla dignità della persona, sull’uguaglianza sostanziale, sulla giustizia e sul valore primario della solidarietà. Ecco: amare la patria significa amarne le regole del gioco e la visione di futuro che essa incarna.

Stiamo assistendo a uno spettacolo indecente da parte di una classe di governo e del suo ceto politico che hanno ridotto la cosa pubblica a terreno di conquista personale, a mercato del consenso a breve termine e a strumento di autoconservazione. Così quel patto si spezza e la Patria cessa di essere la casa dei diritti e si trasforma in un apparato di potere autoreferenziale. In tale scenario la Costituzione cessa di essere la bussola insostituibile della convivenza per diventare, agli occhi di chi governa, un intralcio burocratico da aggirare, delegittimare o piegare alle convenienze del momento.  Le conseguenze di tutto ciò sono devastanti: si parte dallo sdegno, si attraversa l’impotenza di fronte alla normalizzazione dell’incompetenza e del cinismo e si approda infine al dispatriamento interiore. Il cittadino, cioè, non riconosce più nelle figure istituzionali alcun esempio morale, vede premiare la fedeltà di fazione a scapito del bene comune e l’ostentazione della forza a scapito della tutela dei deboli.

In questo contesto matura la tendenza a ritirarsi nella sfera privata che, attenzione, non è sempre e solo sintomo di superficialità, ma spesso rappresenta una forma disperata di autodifesa, il rifiuto di farsi arruolare nella finzione di una democrazia ridotta a pura procedura formale. In questa frattura emotiva e civile si consuma la piaga più profonda della nostra società: un astensionismo record che ha smesso di essere una protesta per diventare una resa incondizionata. In questo modo si cede la gestione della cosa pubblica nelle mani di una minoranza — politica ed elettorale — che governa in forza di una legittimazione sempre più esile, orientando le risorse e le leggi verso la tutela di interessi di parte, lontanissimi da quelli generali. Quando lo Stato-apparato tradisce la sua missione, l’assenza dalle urne non punisce i cattivi governanti, piuttosto li blinda. Il dissenso e la partecipazione ritrovata non sono atti sovversivi, ma l’ultima forma residua di fedeltà alla Repubblica. Pretendere una classe politica all’altezza della Costituzione significa smettere di regalare il nostro futuro a chi ha trasformato la Patria nel proprio giardino privato.

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