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Gli errori del passato sommati a quelli di oggi rischiano di lasciarci orfani della sanità pubblica

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L’analisi dello stato in cui versa la sanità peninsulare fatta da Antonino Siniscalchi indica alcuni aspetti significativi di una problematica che sta assumendo una dimensione sempre più critica e preoccupa quello che ancora deve avvenire.
In effetti si sta verificando in Penisola Sorrentina il collasso del sistema sanitario che sta avvenendo un po’ in tutt’Italia, con il SSN precipitato nella crisi dopo essere stato baluardo prestigioso di una cultura politica nazionale che anteponeva la cura della salute pubblica ad altri interessi e garantiva un’assistenza generalizzata e in larga parte gratuita.

Un modello per altri paesi dove invece l’assistenza sanitaria pubblica è assolutamente marginale, la cura della salute dipende dalle disponibilità finanziarie individuali ed è gestita dai colossi assicurativi. Purtroppo l’Italia sembra aver imboccato questa strada e il decadimento dell’assistenza sanitaria pubblica appare sempre più irreversibile.
La Penisola non fa eccezione anche se si è sempre tentati di considerarla qualcosa di speciale e quindi meritevole di un’attenzione che, ahimè, non ha più o forse non ha mai avuto veramente.

Siniscalchi imputa all’assenza di una classe politica adeguata molte delle responsabilità dell’attuale crisi e in parte ha ragione. Va detto però che la “vecchia politica” è quella che ha costruito potere e consenso proprio sulla gestione clientelare della sanità pubblica instaurando l’ambiguo rapporto del “do ut des” con la classe medica dal quale non ci si è mai veramente liberati e che forse si è addirittura acuito condizionando le scelte di chi – i manager – è preposto al governo delle Asl e dovrebbe farle funzionare come aziende sottratte proprio alle ingerenze della politica. Impresa ardua a dirsi, figuriamoci a farsi!

Ospedale Vico Equense

Un esempio di questa situazione lo fa Siniscalchi: la duplicazione dei reparti tra i due nosocomi di Vico Equense e Sorrento che, nonostante la grave situazione di carenza di personale, non viene risolta con accorpamenti che consentirebbero almeno di affrontare la situazione attuale. Qui sono i medici a ostacolare il processo e quindi a condizionare la politica che a  sua volta cavalca la situazione piuttosto che guardare al futuro della sanità.
E’ quanto accaduto (e che ancora accade) nel mondo della scuola dove si sono attuati accorpamenti d’istituti per rientrare nei parametri di legge, provvedimenti che hanno comportato la soppressione di ruoli dirigenziali. In questo ambito però la scuola ha dimostrato di avere scarso o nullo potere di condizionamento nei confronti della politica (salvo casi individuali e particolari) per cui si è andati avanti su questa strada.

Che il male della sanità di oggi viene da lontano è dipeso proprio dalle USL che, ricordiamolo, avevano una dimensione squisitamente politica con designazioni dei rappresentanti di partito nei CdA in gran parte estranei al mondo della sanità, ma ai quali veniva delegata la gestione del sistema che ha generato l’infausto rapporto tra politici e sanitari.
La trasformazione delle Usl in Asl ha rappresentato il passaggio da una gestione squisitamente politica a una più tecnica anche se non del tutto avulsa dalla politica, ma ha portato con sè l’eredità di questo rapporto spurio con gli operatori della sanità, con il formarsi o consolidarsi di “protettorati“, di corsie preferenziali per occupare determinate funzioni e così via.

Ospedale Sorrento

In base ai numeri vent’anni fa si correva il rischio di perdere entrambi gli ospedali – Sorrento e Vico Equense – con un accorpamento a Castellammare di Stabia (dove intanto si sono avviati i lavori per costruire il nuovo ospedale). Allora la politica si inventò la denominazione di “Ospedali Riuniti della Penisola Sorrentina” per le due strutture che insieme raggiungevano il “numero soglia” per conservare la propria autonomia. Escamotage che però non avrebbe retto nel tempo e che, con la riforma sanitaria degli anni 90, avrebbe portato alla chiusura dei due ospedali.

La politica e gli amministratori dell’epoca, di tutti e sei i comuni peninsulari, consapevoli del rischio incombente e intenzionati a scongiurarlo si riunirono e svolsero quel ruolo propositivo che compete ai sindaci e che è contemplato anche nello statuto dell’Asl, cioè la conferenza dei sindaci a supporto delle scelte del manager aziendale.
Il presupposto condiviso da tutti era che la Penisola Sorrentina dovesse avere un proprio ospedale in grado di soddisfare le esigenze di residenti e turisti e pertanto i Comuni si impegnavano a chiedere alla Regione Campania di inserire nella programmazione sanitaria il progetto di un nuovo ospedale, chiamato Ospedale Unico della Penisola Sorrentina, individuandone l’ubicazione a Sant’Agnello al posto dell’attuale Distretto Sanitario (ex ospedale Lauro).

Richiesta scaturita da un ampio confronto con tutte le autorità preposte e che veniva consacrata con l’approvazione da parte di sette consigli comunali (incluso Positano) di delibere che proponevano la realizzazione di tale struttura a Sant’Agnello. All’epoca si trattava solo dell’espressione di una volontà in quanto non c’erano risorse finanziarie disponibili e la Campania era stata commissariata dal Governo per la sanità, commissariamento durato ben 10 anni nel corso dei quali i problemi si sono acuiti: si è dovuto far cassa per rientrare dagli spaventosi deficit di bilancio tagliando su prestazioni e personale. Insomma allora è iniziato il processo di degrado e nel momento in cui si è usciti dal commissariamento è esplosa la pandemia covid-19.

Nello stesso tempo però lo Stato riconosceva e assegnaba alla Regione Campania oltre un miliardo di euro per l’edilizia ospedaliera e il “sogno” del nuovo ospedale si concretizzava per il riconfermato interesse da parte di tutti i comuni al progetto e al conseguente impegno assunto dal Presidente Vincenzo De Luca di stanziare le risorse necessarie scaturenti dal Ministero della Sanità, della stessa Regione e dell’Asl Napoli 3 sud.
Il resto è storia recente e nota e soltanto l’avvento sulla scena amministrativa santanellese del sindaco Antonino Coppola ha bloccato l’iter progettuale col rischio che il nuovo ospedale non vedrà mai la luce e che quelli esistenti faranno una pessima fine nonostante alcuni interventi effettuati per garantire la transizione (nuovi reparti di ortopedia, rianimazione).

C’è stata però un’anomalia nel dibattito e nel serrato confronto da due anni a questa parte e, ahimè, non ha mai riguardato e non riguarda l’aspetto prettamente socio-sanitario del problema, quanto quello urbanistico e delle conseguenze che il nuovo ospedale provocherebbe a Sant’Agnello se realizzato nell’attuale sede distrettuale. Una vera e propria distorsione del ragionamento che ha fatto passare in secondo piano il problema della sanità ospedaliera a vantaggio dell’opposizione pregiudiziale al progetto da parte dell’amministrazione, indifferente alle conseguenze che deriveranno all’intera Penisola se il progetto dovesse essere abbandonato e con esso l’attuazione dell’intero programma di rete socio-sanitaria varato dall’Asl Napoli 3 Sud per il territorio di sua competenza. A pagare il prezzo maggiore di questa situazione sarà proprio il distretto 59 sorrentino che rischia di essere declassato con pesantissime ripercussioni sull’intera comunità.

Queste cose dobbiamo dircele per amore della verità che significa penalizzare forse definitivamente chi dovrà usufruire di ospedali e assistenza negli anni a venire, le nuove generazioni, quelle dei nostri figli e nipoti tanto per intenderci. E  con questo abbiamo tralasciato tanti altri aspetti del problema che andrebbero invece attentamente analizzati e che riguardano gli addetti ai lavori, gli operatori sul campo, gli assistiti, i pazienti e in generale tutti coloro che hanno un ruolo e un peso nel sistema-sanità. Per il momento non ci resta che attendere l’esito della conferenza dei servizi che si svolgerà la prossima settimana. ViC

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