Piano di Sorrento

43 anni fa il sisma che distrusse vite e provocò macerie…una tragedia che val la pena continuare a ricordare

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Con commozione, cultura della memoria e partecipazione ricordiamo le 10 vittime della nostra città e tutti coloro che, la sera del 23 novembre 1980, persero la vita. Il terremoto, purtroppo, ferì tragicamente anche la nostra Piano di Sorrento. Alle 18,45, presso la Basilica di San Michele Arcangelo, sarà celebrata una Santa Messa in suffragio delle vittime. A seguire, alle 19,34, ai Giardinetti di Via delle Rose, ci sarà un omaggio alla lapide posta in loro ricordo. “La vera tragedia non è morire ma dimenticare. E noi non dimentichiamo”.
Con queste parole Salvatore Cappiello, sindaco di Piano di Sorrento, ha ricordato la tragedia del terremoto del 1980, di 43 anni fa, che stasera, come ogni anno, verrà celebrata con una messa e con un breve corteo che dalla Basilica di San Michele Arcangelo si dirigerà ai giardinetti di Via delle Rose dove è stata apposta una lapide con i nomi delle vittime di quella tragedia che tanto duramente colpì Piano di Sorrento con i morti, con i crolli e con i danni al patrimonio edilizio e al tessuto socio-economico cittadino. Sindaco dell’epoca era l’architetto Antonino Gargiulo che affrontò quella straordinaria emergenza insieme agli uomini che componevano la sua giunta e che oggi, eccezion fatta per Vittorio d’Esposito e Gioacchino Maresca, non ci sono più: Geppino Russo, Giuseppe Alberino, Angelo Di Stefano e Antonino Cappiello papà dell’attuale primo cittadino che all’epoca aveva dieci anni.
Con loro Vigili Urbani, l’UTC allora diretto dal geom. Giorgio Minetti, il primo nucleo di protezione civile volontario guidato dal prof. Mario Marotta cui si aggiunsero geometri, architetti, ingegneri per le perizie sui fabbricati e avvocati per le procedure. Una mobilitazione collettiva nel comune della Penisola Sorrentina che aveva subito i danni maggiori dal sisma che sconvolse l’Irpinia e che ha lasciato un segno profondo in tante vite oltre che nelle famiglie delle vittime seppellite sotto le macerie di quei palazzi che non avevano retto alla tremenda “spallata” della terra. Un corale impegno che probabilmente si è rivisto soltanto in occasione di un’altra grande tragedia, quella della pandemia covid-19 del 2020, esattamente quarant’anni dopo, sindaco il dottor Vincenzo Iaccarino, ma in un contesto politico-amministrativo e sociale diverso nel quale certamente non si è registrata quella partecipazione e gestione collettiva della crisi socio-sanitaria di cui si è fatto carico prevalentemente il sindaco Iaccarino con i VV.UU. e con lo straordinario impegno dei volontari di protezione civile oltre che dei sanitari.
Ritorniamo a quel tragico 23 novembre del 1980, tragico per le conseguenze che provocò, cioè le morti e quindi il disastro urbanistico. In questo senso andrebbe corretta l’affermazione del sindaco Cappiello che attribuisce la dimensione di tragedia più al dimenticare l’accaduto che al morire! Dimenticare, e vale per qualunque discorso, può essere un errore, una colpa, non una tragedia se vogliamo rispettare il senso delle parole e di quello che esprimono.
Il terremoto dell’80 si è rivelato però (come avviene in queste circostanze e come è avvenuto anche con la pandemia) un grande affare per i soliti loschi personaggi sempre in agguato insieme a insospettabili colletti bianchi che sul terremoto hanno lucrato, hanno gestito e distribuiti i miliardi di lire della ricostruzione, in primis alla camorra cutoliana che andava sotto braccio con una certa politica. Insomma un’emergenza durata decenni e che ha visto tanti approfittatori della Legge 219 (quella della ricostruzione post-sismica) gonfiare perizie e con esse i rimborsi, ricostruire immobili parzialmente danneggiati addirittura realizzando parti abusive con fondi pubblici, altri ancora intercettare fondi senza aver subito danni. La prova che la tragedia è sempre e soltanto di chi muore e di chi perde i propri cari.
A distanza di 43 anni ricordare i concittadini defunti significa rispettare quelle morti dando un senso a quelle vite improvvisamente spezzate. Coloro che sono morti a causa del terremoto come della guerra o delle catastrofi che sono avvenute nel corso degli anni devono rappresentare agli occhi delle giovani generazioni in particolare la caducità della vita umana che, come avvenne alle 19.34 di quella fatidica domenica di novembre, è un dono che riceviamo e che dobbiamo custodire gelosamente difendendolo dalle tante, troppe minacce che si annidano lungo l’intera esistenza. Ricordare ravviva la consapevolezza della grazia della nostra vita!

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