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A proposito di legge elettorale…altro che “mellonellum”: ci vuole un patto di trasparenza pre-elettorale

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Siamo in piena corsa verso l’appuntamento elettorale con Giorgia Meloni intenzionata a portare a casa la sua legge e andare alle urne nella prossima primavera e le titubanze della Lega che vorrebbe rinviare le elezioni all’autunno, cioè alla naturale scadenza di legislatura. Nel campo largo le idee sono molto confuse e allo stato non c’è accordo sul potenziale premier di coalizione nè sul programma che, in particolare per quanto concerne la politica estera e la materia bellica, vede contrapposti i due maggiori partiti, cioè il PD e il M5S.  Il cosiddetto “mellonellum” concepito dalla Meloni per assicurarsi la vittoria elettorale e, a seguire, l’elezione del Capo dello Stato, è una vera e propria frode ai danni degli elettori espropriati dei propri diritti e ancor più incentivati a disertare le urne, circostanza non sgradita alla politica che conta sull’elettorato che, prescindendo da tutto, si reca alle urne per sostenere la propria parte politica. A mio avviso una riforma che restituisca il voto ai cittadini dovrebbe fondarsi sul valore della parola data agli elettori scongiurando i giochi di palazzo per assicurare rispetto di ogni singolo voto e governabilità. Tutto ciò per sconfiggere la sensazione, profonda e amara, che la scheda infilata nell’urna valga solo fino alle ventitré della domenica sera (o del lunedì se si vota su due giornate). Chiusi i seggi, si aprono le trattative e la volontà dei cittadini viene ridisegnata dentro le stanze della tattica parlamentare. Negli anni abbiamo assistito a governi nati da alchimie improvvisate, sorretti da compravendite di voti e da parlamentari pronti a cambiare bandiera d’un tratto: è il trasformismo nostrano, la cattiva abitudine che negli anni ha trasformato la politica in un teatro opaco allontanando milioni di italiani dalle urne. Come ha reagito il Paese innanzi a questo crescente degrado politico? Da un lato invocando la scorciatoia dell’uomo solo al comando, dall’altro con la rassegnazione al caos delle correnti. Esiste però una via d’uscita che passa per un’idea semplice: obbligare la politica alla trasparenza prima del voto, garantendo al contempo stabilità dopo. Si tratta di un “patto prima delle urne” che consente a ciascuna componente di misurare la propria vera forza con un “proporzionale puro“. Ogni partito si presenta col proprio simbolo, con la propria storia e col proprio programma. Nessun listone forzato, nessuna identità annacquata. Il voto espresso da ciascun cittadino mantiene inteso il suo valore reale di rappresentanza. La svolta culturale ancor prima che politica è rappresentatadalla dichiarazione di “apparentamento obbligatorio” prima dell’apertura delle urne: i partiti, cioè, hanno l’obbligo formale di dichiarare quali alleanze stringeranno, in modo che la coalizione potenziale sia trasparente al cospetto degli elettori che non comprano più un “pacchetto a scatola chiusa“, sapendo con assoluta precisione con chi il proprio partito accetterà di sedersi al governo e con chi, invece, non stringerà mai un accordo. C’è un aspetto da tener presente e riguarda i numeri della potenziale maggioranza per poter governare. Alla coalizione pre-dichiarata che conquista più voti – oltre il 42% dei consensi – viene riconosciuto un premio in seggi necessario per raggiungere il 51% nei due rami del Parlamento evitando così il logoramento dei governi di minoranza costretti a rincorrere il voto dell’ultimo momento per approvare una legge. Non è tutto però! Bisogna introdurre il divieto di “cambio di casacca“: se durante il mandato un partito decide di sfilarsi dall’alleanza originaria, la stabilità non si cerca con i rimpasti o con il “mercato dei transughi“: la maggioranza cade, la legislatura finisce e la parola torna subito ai cittadini. Si tratta cioè del rispetto delle istituzioni e del valore della chiarezza. Questa ipotesi di sistema elettorale non intacca l’equilibrio della nostra Costituzione. Il Presidente della Repubblica conserva intatta e solenne la sua prerogativa di nominare il Presidente del Consiglio. La differenza sta solo nell’alveo in cui il Quirinale esercita questa scelta: il Capo dello Stato individuerà la guida dell’esecutivo all’interno della coalizione che ha vinto le elezioni o anche all’esterno purchè la figura sia coerente con la stessa che ha sottoscritto l’alleanza davanti al Paese. Questo eliminerebbe alla radice la piaga del trasformismo: chi sceglie di tradire il patto iniziale con gli elettori non otterrà in cambio una poltrona o una nuova trattativa di potere, ma si assumerà la responsabilità di riportare il Paese al voto anticipato. Lo scopo è quello di restituire dignità al gesto più importante della nostra democrazia, il voto: quando un cittadino sa che la sua preferenza non verrà mercanteggiata il giorno dopo, la fiducia nelle istituzioni smette di essere uno slogan e torna a diventare realtà.

ViC

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