Matrone alla Colao su rischio ambientale e patologie tumorali: chiediamo solo di indagare!

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Pubblichiamo questa lettera aperta che Franco Matrone, medico e responsabile di Zero Waste Italy/Rifiuti Zero in Campania, ha indirizzato alla prof.ssa Annamaria Colao sull’emergenza ambientale che sta sconvolgendo la Campania.

di Franco Matrone*

Annamaria Colao

Annamaria Colao

Esimia prof.ssa  Annamaria Colao,
le scrivo dopo aver letto la sua intervista del 9/10 al CorMez e rimbalzata via web, sull’argomento riguardante il rischio ambientale e la correlazione con le patologie tumorali. Da medico sono rimasto sorpreso da alcune dichiarazioni a lei attribuite tra cui la mancanza di dati certi a corredo di un’ingiustificato allarmismo che lei, dall’alto della sua competenza dipartimentale, non condivide. E’ ovvio che la sua esperienza internazionale la pone, diciamo così, nella condizione di esprimere un parere scientifico a risultati certi e documentati. Ma, mi sono chiesto, ci sarà pubblicato da qualche parte, negli ultimi 10 anni di emergenza ambientale campana, uno studio effettuato dal Dipartimento di Endocrinologia ed Oncologia Molecolare e Clinica dell’Università Federico II di Napoli da lei diretto, su aspetti di correlazione tra inquinanti ambientali e incidenza di patologie neuroendocrine croniche e/o tumorali ? O dati a cui poter attingere dal Progetto “artemis” o dal Progetto “care”  o dal CREDO o dal trial attualmente in corso su pazienti con tumori neuroendocrini ben differenziati verso cui la sua equipe sta cercando di trovare nuove soluzioni terapeutiche ?
Ma di risultati pubblicati, su queste correlazioni, a tutt’oggi, mancano. Eppure l’ENEA di cui lei riveste il ruolo di Presidente europea, negli ultimi congressi ha pubblicato diversi abstract su incidenza in paesi comunitari di tumori pituitari e craniofaringiomi e su Interferenti Endocrini e Distruttori Endocrini da probabile correlazioni con inquinanti ambientali.
Ora immagino che lei avrebbe voluto fare altrettanto nel suo dipartimento a Napoli, in Campania, la regione italiana crocevia di ecomafie e malapolitica, e diciamolo di ignavia popolare, per cercare di tranquillizzare la popolazione, i comitati, i media allarmati da ciò che sta emergendo da sottoterra e da sopraterra, ma le scarse risorse finanziare attribuite alla ricerca universitaria, probabilmente, non glielo hanno consentito.
Eppure prof.ssa Colao, a Napoli e in Campania di studi indotti e autorevoli, pubblici e privati,  su correlazione tra ambiente inquinato e rischio patologie croniche e tumorali ne sono stati fatti. E tanti.
L’epidemiologia non è solo la conta dei morti. Ma anche il dato statistico di quanti individui ci si aspetta che si ammalano in un dato territorio di specifiche patologie, di quanti realmente si ammalano e di quanti soccombono.
Tra gli studi che ricercano ciò, ricordo quello dell’ISS e CNR del 2005 pubblicato su “the Lancet”, il I° S.E.N.T.I.E.R.I., il S.E.B.I.O.R.E.C., il II° SENTIERI collegato ai Siti di Interesse Nazionale (SIN), quello della Fondazione Pascale, quello del Gruppo di studio dell’ISS, oltre che a tantissimi studi “privati” tra cui, per non farla lunga, quello che fa capo allo SBARRO Institute del prof. Antonio Giordano e Giulio Tarro e quello dell’ISDE Campania. Per non tralasciare i dati pubblici del Registro tumori della ex ASL Na 4 ( ora Na3 sud) e della ex ASL Sa.
Ebbene, guarda caso, tutti concordano sull’aumento, rispetto ai dati standard, dell’incidenza e la conseguente mortalità per alcune patologie tumorali soprattutto nelle aree della Campania  definite inquinate da ArpaCampania, ISPRA e MATTM.
Non solo ci si ammala e si muore di più per probabili inquinanti ambientali, ma anche perché la diagnosi non è tempestiva e la cura ritardata. In poche parole l’aspettativa di vita della popolazione Campana, una delle più giovani d’Italia, a ridosso dei siti inquinati è minore rispetto ai dati standard nazionali.
Ora è anche vero che siamo tutti obesi, non facciamo attività fisica e siamo in un’area endemica per il virus dell’epatite, ma possibile che non viene il dubbio che forse c’è anche dell’altro, se medici del territorio, dell’università e di organismi nazionali e internazionali chiedono di indagare ? Ecco, io, noi, chiediamo questo. Di indagare.

Il nostro sospetto non può essere la giustificazione di un’allarmismo che apparirebbe pretestuoso, ma nemmeno è possibile tollerare la superficialità di chi si ostina ad attribuire, dall’alto di istituzioni politiche e scientifiche, l’aumentato rischio per la popolazione al solo dato di errati stili di vita.
Chiediamo di indagare, ai sensi del principio di precauzione sancito dal Trattato di Maastricht che stabilisce la necessità di prevedere momenti di oggettiva valutazione scientifica preliminare in caso di accertati rischi ambientali. Per quanto riguarda, invece, le criticità già presenti sul territorio, le direttive europee stabiliscono che il principio di precauzione debba fornire come guida all’applicazione delle migliori indagini e tecnologie disponibili. Principio di precauzione che dovrebbe essere alla base di decisioni da parte delle autorità politiche e della comunità scientifica.
Dinanzi ad un ragionevole dubbio, precauzione.
Immagino anche che conversando con suo marito, il Presidente della Regione Campania , on. Caldoro, abbia percepito la gravità di un disastro ambientale che come lui stesso afferma, richiede risorse economiche e azioni di bonifica per i prossimi 80anni nel tentativo di  ripristinare lo stato ante.
Il senso della paura dei campani è tutto qui.

Abbiamo chiesto da anni la Legge che istituisce il Registro regionale dei Tumori e la giunta regionale campana ne ha approvata una incostituzionale.
Ma non ci arrendiamo dinanzi a tanta approssimazione, che la dice lunga sulla qualità della risposta della politica al problema e insistiamo su una vera Legge che recepisca le “istruzioni” dell’Alta Corte.
E nell’attesa di dati che non possono arrivare prima di 4-5 anni chiediamo da subito il biomonitoraggio delle popolazioni a rischio in tutta la Campania e le indagini tossicologiche delle matrici ambientali delle aree definite inquinate o sospette di esserlo.
Infine resta fondamentale, proprio per il principio di precauzione e per non alimentare sospetti pericolosi, che la “mela” a cui lei accenna sia certificata sana, commestibile e prodotta in terreni esenti da inquinanti. Serve anche a garanzia dell’indotto economico dell’intero comparto ortofrutticolo. Chiediamo di indagare e di  aprire gli occhi prima che le persone s’ammalino.

E soprattutto stare vicino a chi ha paura per sé e per i propri cari, che spesso sono figli, fratelli, mogli e mariti. Indagare e informare. Adesso più che mai alla confusione generale delle istituzioni và contrapposto il rigore scientifico, il solo che può tranquillizzare la cittadinanza, a condizione che abbia le caratteristiche della solidarietà e dell’imparzialità. E questo è lo sforzo che si chiede alla comunità scientifica là dove la politica ha marcato ritardi, disattenzioni, omissioni se non connivenze. I cittadini, i comitati e i movimenti la chiesa la loro parte l’hanno fatta e continuano a farla fino in fondo.
Ma hanno bisogno di interlocuzione, autorevole e imparziale. E di risposte immediate. Solo uno stolto non è in grado di comprendere che siamo vicino al punto di non ritorno. Oltre il quale c’è solo la protesta disperata e una generazione condannata.
Grazie dell’attenzione e cordiali saluti