Storie della Costiera/1: lo scoglio del Vervece a Marina della Lobra

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di Simona Mollo

VerveceFin da piccola la curiosità è sempre stata una fedele compagna di giochi. Avida di storie e racconti, nessuna favola sembrava saziarmi e ognuna mi spingeva a cercarne sempre di nuove. Matteo, il mio bisnonno, abitava a pochi passi da casa mia. Si apriva in un sorriso quando mi vedeva aprire la sua porta e attraversare di corsa il corridoio, con tutta l’esuberanza dei miei pochi anni di età. Amavo le sue storie, le stesse storie che avevano scolpito il suo volto in centinaia di piccolissime rughe, storie che sapevano di vita e di mare. Raccontava il nonno, e parlava del Vervece, o’ Revece, come lo chiamava lui in dialetto, come si fa di un vecchio amico che non si vede da tempo e col quale si è passata una vita intera.
Ma la storia dello scoglio e del suo singolare nome affondano le proprie radici molto più indietro nel tempo. I latini credettero di riconoscere un animale nella sua particolare forma e così gli affibbiarono il nome “Vervex”, che significa appunto caprone.

Leggenda narra che le donne della Marina della Lobra, il borgo di pescatori dal quale è possibile ammirare lo scoglio, per proteggere le proprie case da burrasca e mareggiate, decisero di tirare a riva il Vervece. Prepararono delle enormi  funi e si disposero sulla spiaggia donne, vecchie e bambine. A nulla valsero i tentativi degli uomini di farle desistere, le donne “tenevn a’capa tosta”.  E tira e tira, ma il gigante non si muoveva di un passo. E tira…e tira ancora.

Non si sa se l’eroico tentativo adirò il Dio del mare Poseidone! Fatto sta che le corde si spezzarono e le donne finirono a gambe all’aria, battendo il fondoschiena a terra. Da quel giorno, si dice che tutte le donne della Lobra abbiano il sedete piatto.
Corre l’anno 1903, quando il destino dello scoglio viene legato a doppio filo a quello della Madonnina della Lobra. Alla presenza di pochi testimoni, si innalza una croce che consacra il Vervece a vero e proprio santuario naturale.

Visibile solo a pochi metri di distanza e soltanto di giorno, il traliccio di ferro non bastò a garantire la sicurezza dello specchio d’acqua circostante e così  venne implementato un fanale sulla sommità.  Primo “guardiano”  fu Salvatore Catuogno, detto “voccabella”, che si occupò di rifornire la struttura di carburo fino a quando lasciò il paese per far fortuna altrove.

L’incarico passò quindi nelle mani di Liberato Mollo e da lì a Matteo, suo figlio. Nel corso di mezzo secolo si è preso cura del Vervece con una dedizione tale da valergli numerose onorificenze, tra le quali spicca la nomina a cavaliere della Repubblica.

Una dedizione che eguagliava solo l’instancabile fede nella Madonnina che portava anche appesa alla testata del letto, la stessa Madonnina che, all’epoca della conquista del Record Mondiale di Apnea da parte di Enzo Majorca nel 1974, fu posta a circa 12 metri di profondità sotto lo scoglio, dove ancora oggi viene omaggiata durante le ricorrenze di una tradizionale corona di fiori.

Sono passati molti anni da allora, il meccanismo del “faro” è stato completamente automatizzato, tanto da non richiedere più alcun “ausilio umano” e il nonno si è spento, ormai da qualche anno. Ciò che non si spegne è il Vervece, che pare vegliare solerte sui naviganti, così come, molti anni prima, un solo uomo aveva vegliato su di lui.